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5 Luglio 2026·Ricchezza·6 min di lettura

Hey Boomer!

È una regola immutabile: in ogni epoca i più giovani hanno criticato la generazione che li precedeva, e per molti aspetti l’ho fatto anche io a mio tempo. Ma è davvero così scontato che la generazione successiva sia sempre migliore della precedente?

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Hey Boomer!

È una regola immutabile: in ogni epoca i più giovani hanno criticato la generazione che li precedeva, e per molti aspetti l’ho fatto anche io a mio tempo. Ma è davvero così scontato che la generazione successiva sia sempre migliore della precedente?

Oggi i giovani, spesso con una punta di disprezzo, etichettano le persone nate tra la metà degli anni '40 e la metà degli anni ’60 con l’appellativo di “boomers”, ovvero i figli dell’epoca del boom economico e del dopoguerra. Inizialmente ci si può anche rimanere male; del resto, sentirsi dare del boomer è ormai diventato quasi un sinonimo di “rincoglionito”. Avrei potuto usare un termine meno colorito, ma trovo che a volte il gergale restituisca la realtà meglio di un più “patinato” rincretinito.

Quello che però non sanno quelli che ci chiamano boomers è che noi abbiamo vissuto molto più di loro, e di ogni epoca attraversata portiamo un'esperienza viva e diretta. Non stiamo parlando di teoria, ma di puro empirismo e l’esperienza, se ci si riflette, è il miglior bagaglio che un uomo possa accumulare nel corso della vita. Quindi, dobbiamo davvero offenderci quando ci chiamano così? Se guardiamo al presente, la risposta emerge da sola. Prendiamo la musica: un tempo aveva un profondo senso artistico e una straordinaria forza creativa, mentre oggi è spesso ridotta a puro spettacolo, scenografia ed esperienza social. Personalmente trovo che ci sia tantissimo contorno, molto allestimento, ma pochissima arte. Basti pensare che molti degli artisti che vanno per la maggiore cantano esclusivamente con l’autotune: senza quel correttore digitale sarebbero stonati come un mandolino tirato fuori dall’acqua.

Per non parlare del gusto e dell'estetica. Un tempo c’era la ricerca della bellezza, in special modo in Italia, da sempre culla di una moda poi riproposta in tutto il mondo. Oggi l’abbigliamento di molti ragazzi sembra copiato dai lavavetri che affollano i semafori, tra calzini a metà polpaccio e ciabatte in plastica da mare. Le ragazze escono tranquillamente per strada indossando quelle che un tempo erano le pantofole piumate che le dive esibivano rigorosamente dentro casa. La prima volta che ne vidi un paio, non conoscendo questo trend, pensai che la giovane fosse la “svitata” del paese con qualche serio problema mentale. Per me fu come vedere un uomo andare al bar a fare colazione in pigiama!

Anche la lingua è ormai alle strette, ridotta a un dialetto sbiadito in cui i giovanissimi usano allungare le vocali finali all'infinito, in un atteggiamento sociolinguistico tanto inutile quanto ridicolo. Nella scrittura, poi, la grammatica è ormai un’illustre sconosciuta. Si usano scorciatoie e abbreviazioni da far voltare nella tomba qualunque scrittore: la lettera "k" sostituisce sistematicamente il "ch", e si assiste a un taglio delle consonanti per risparmiare tempo di scrittura. Chissà poi per farci cosa, con quei decimi di secondo guadagnati...

Persino il cinema è ormai fatto più di effetti al computer e di post-produzione che di scene reali, specchio di una vita che non si consuma più faccia a faccia o sul campo dell’azione, ma in un surrogato artificiale.

C’è un dato scientifico che forse non piacerà ai più giovani: secondo una ricerca del Max-Planck Institut del 2025, le privazioni di stimoli digitali hanno permesso alla generazione “boomer” di sviluppare connessioni neurali più dense nelle aree cerebrali dedicate alla gestione dell'imprevisto, trasformando queste abilità in un vero e proprio vantaggio competitivo nel mondo attuale.

L'assenza di tutorial digitali ci ha abituati a cavarcela da soli davanti a qualunque imprevisto, sviluppando una resilienza pragmatica basata sull'ingegno e su quell'intuito empirico che permetteva di diagnosticare un problema a orecchio o al tatto e risolverlo sul campo, senza cedere al panico. La pratica di creare o riparare gli oggetti con le proprie mani ha consolidato in noi una profonda fiducia nelle nostre capacità (quella che gli psicologi chiamano auto-efficacia), riducendo al contempo lo stress e la dipendenza dal consumo compulsivo.
Per ogni guasto, anche gli addetti ai lavori cercavano metodi per riparare il componente danneggiato senza doverlo necessariamente sostituire. C’era quasi un latente godimento nel trovare una soluzione, una sorta di sfida con se stessi.

Mentre oggi il cervello dei ragazzi è costantemente bombardato da notifiche, feed infiniti e stimoli digitali che esauriscono rapidamente le risorse mentali, la nostra giovinezza è stata scandita dal valore del silenzio. Quello che oggi chiamano mindfulness per noi era la normalità: momenti di vuoto che permettevano al cervello di rigenerarsi, sedimentare i pensieri e sviluppare la creatività. E quando stavamo insieme, lo facevamo senza schermi di mezzo. Questa socialità diretta ci ha costretti a fare una costante e involontaria palestra visiva e uditiva, affinando la capacità di decifrare il linguaggio non verbale, un cambio di tono di voce, un sopracciglio alzato, un cambio di postura.

Tutto questo mi fa riflettere e mi spinge a porre una domanda, forse condita da una malcelata bonaria vendetta personale: quando avranno un problema serio, i giovani d’oggi con chi vorranno interfacciarsi?

Per un intervento chirurgico delicato, per decisioni estemporanee alla guida di un aereo in mezzo a una bufera, o per la gestione di qualsiasi emergenza che richieda sangue freddo e una solida esperienza sul campo, e persino per sentirsi raccontare la storia di quegli anni senza incappare nelle fake news della rete, non dovranno forse relazionarsi con un “boomer”?

Il boomer ha vissuto e superato dinamiche di cui un giovane della “Generazione Z” non ha neppure la più vaga idea.

Se invece di criticare appellandoci con un’accezione negativa si stringessero alla nostra esperienza, potrebbero ereditare il valore di quel tempo che noi abbiamo attraversato e che loro non conosceranno mai.

Un nonno boomer, che piaccia o no, resta l’esperienza enciclopedica più grande che un giovane possa raccogliere.

— Ferruccio Parrinello