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12 Luglio 2026·Futuro·5 min di lettura

Dal minimalismo al downgrade

Del resto, sappiamo tutti che, dopo un paio d’anni da quando abbiamo comprato la macchina nuova, ne desideriamo una migliore; se abbiamo conquistato la casa al mare, desideriamo quella in montagna; se abbiamo un telefonino nuovo, pensiamo già al modello successivo, vivendo lanciati in una corsa senza fine, protesi verso il nulla! Già, perché nella nostra natura non saremo mai soddisfatti di ciò che abbiamo.

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Dal minimalismo al downgrade

Ti sei chiesto come mai ormai la pubblicità ti viene imposta in ogni programma, in ogni film, in ogni video e in qualsiasi forma di comunicazione?

Qualche tempo fa vidi un film documentario dal titolo "Minimalism", che trattava la volontà di togliere il superfluo.
I due protagonisti mostravano che tutto ciò di cui abbiamo bisogno può entrare in una valigia: dai vestiti al libro più importante, a un diario, a un piccolo ricordo affettivo, fino ai pochi strumenti di lavoro. E mentre noi continuiamo a tenere in casa oggetti superflui, il minimalismo ci dimostra che ci ostiniamo a conservare cose che non utilizzeremo mai: quattro servizi di piatti, decine di T-shirt, piccoli elettrodomestici che usiamo sì e no una volta l’anno e che potremmo sostituire con un semplice lavoro di braccia, e decine, a volte centinaia, di capi d’abbigliamento che procrastiniamo di buttare, ma che sappiamo bene non indosseremo mai.

È un’intera collezione di cose superflue, perché istintivamente siamo “accumulatori seriali”.

Lo ammetto: a volte è difficile distaccarsi da oggetti a cui siamo legati, spesso senza un motivo razionale; eppure, per godere di una nuova libertà, dovremmo imparare a privarcene, magari associando la sensazione della privazione a quella di fare qualcosa di buono: donarli a chi ne ha bisogno!

Nella mia "stanza dei giocattoli" (così la chiamo io perché, sebbene siano i miei strumenti di lavoro, ci sono tantissime cose di cui potrei fare a meno), ad esempio, ho un’infinità di oggetti: due batterie con più di venti piatti montati, quattro chitarre, un amplificatore, un grande balafon (idiofono africano, parente lontano dello xilofono), due schede audio, diversi tipi di cuffie, un impianto ad alta fedeltà e molto altro. Ma, se guardo onestamente a tutto questo, posso dire serenamente che del 70% potrei fare benissimo a meno.

Dovremmo ricordare che le nostre origini sono quelle di nomadi e che, per vivere una vita più vicina ai nostri reali bisogni istintivi, dovremmo imparare a staccarci dalla parossistica brama di possesso: quella sindrome che ci fa desiderare sempre più cose e che ci impedisce di godere di ciò che, invece, abbiamo già.

Del resto, sappiamo tutti che, dopo un paio d’anni da quando abbiamo comprato la macchina nuova, ne desideriamo una migliore; se abbiamo conquistato la casa al mare, desideriamo quella in montagna; se abbiamo un telefonino nuovo, pensiamo già al modello successivo, vivendo lanciati in una corsa senza fine, protesi verso il nulla! Già, perché nella nostra natura non saremo mai soddisfatti di ciò che abbiamo.

Come dico in un mio aforisma: «Se vuoi godere veramente di qualcosa, trattala come se fosse l’unica cosa che hai.» Questo sarebbe un toccasana per la nostra felicità.

La vita di oggi ci porta continue distrazioni e queste vengono spesso attribuite al troppo tempo trascorso sui social. Negli ultimi anni mi sono accorto di fare, a volte, cose poco logiche: ad esempio, riporre gli oggetti in posti senza alcun senso oppure arrivare in una stanza per fare qualcosa e, una volta giunto lì, dimenticare il motivo per cui ci sono andato. Mia moglie, di recente, ha riposto la bilancia da cucina, appena usata, nel frigorifero; ci siamo guardati un po’ preoccupati. Nel mio caso ho sempre attribuito la cosa alla mia età, ma mia moglie è un bel po’ più giovane di me. Parlando del più e del meno con le mie figlie, che non sono più delle ragazzine ma nemmeno prossime all’età mia o di mia moglie, mi hanno rincuorato dicendo che casi come il nostro capitano anche a loro e ai loro coetanei.



Allora, che cos’è questo precoce "degrado" mentale? Le neuroscienze attuali lo attribuiscono anche a quella che viene definita "disattenzione da social". Siamo troppo intenti, senza rendercene conto, a trascorrere il tempo scrollando le bacheche, tempestati da mille notifiche: chi ci ha cercati, un nuovo commento, un nuovo post, che tempo farà domani e molto altro.

Chi, come me, viene da un’epoca assai diversa ricorda che la nostra vita sociale la trascorrevamo di persona con gli amici: non era virtuale. Se avevamo bisogno di qualsiasi cosa, da una richiesta alla conferma di un appuntamento, ci telefonavamo e sentivamo la voce del nostro interlocutore. Oggi no: oggi mandiamo un messaggio. Quando la sera uscivamo a cena, il tempo lo trascorrevamo parlando e non, come accade ora, ognuno chiuso nella propria bolla virtuale a guardare avidamente ciò che accade nel mondo digitale.

I nostri luoghi di ritrovo erano i muretti o le scale delle chiese, tant’è che spesso venivamo etichettati come “i ragazzi del muretto” o “gli scaligeri”. In quelle piazze reali si discuteva di temi importanti: dei progetti per il futuro, di musica, del mistero della vita, della bellezza della natura e di politica... quella bella, quella del popolo, non quella che fomenta odio come oggi.

Anche la tecnologia segue questa logica del continuo cambiamento.

I nostri dispositivi informatici, di tanto in tanto, necessitano di aggiornamenti dei sistemi operativi e le case produttrici ce li propongono costantemente. L’upgrade porta nuove funzionalità, talvolta utili, altre inutili, ma genera sempre cambiamenti che bramiamo perché siamo stanchi di vedere sempre le stesse interfacce. I sistemi più moderni tollerano bene gli aggiornamenti, ma quelli un po’ più datati gestiscono male queste aggiunte perché devono sostenere un carico maggiore di dati e funzioni. I più esperti, notati i rallentamenti, sono in grado di effettuare un downgrade: riportano cioè i loro “device” al sistema operativo precedente o, comunque, a uno più vecchio ma ancora funzionale.

Vale la pena continuare a fare aggiornamenti che portano spesso a un’alterazione ancora più estrema della vita sociale? Che aumentano il distacco gli uni dagli altri? Che alimentano egoismo ed egotismo smodati?

La società ha bisogno dei tuoi consumi e ti mette nella condizione di desiderare sempre di più, trascinandoti in un meccanismo perverso: più desideri, più compri; più compri, più desideri… e la società del consumismo vive delle pulsioni che ti instilla attimo dopo attimo, momento dopo momento.

Impariamo a bramare la libertà più che le cose, perché solo in questo modo torneremo a essere... umani!

— Ferruccio Parrinello